I miei articoli
… pubblicati sulla rivista Racconti Per Un Viaggio - Fortuna Editore
I articolo:
DAHAB - EGITTO
Tornare qui dopo tanto rimuginare sull’Islam e sulla politica in Italia mi ha fatto bene.
Mi aspettavo nuovo dolore nel riaffrontare i luoghi dei ricordi, invece Dahab con tutta la spontaneità del mondo mi ha restituito ciò che mi aveva preso con l’attentato del 2006. Come fosse una bambina che mi aveva portato via la leggerezza per errore. Nei giorni, la felicità si è mossa in maniera crescente, fino a farsi travolgente di fronte a una Dahab rinata, spensierata e molto più dolce di quanto la ricordassi. Gli abitanti hanno reagito abbellendola, sono arrivati nuovi fondi e la natura ha fatto il resto, donandomi una pace vasta e corposa, qualcosa che nutre e di cui avevo disperatamente bisogno.
Dahab mi ha riabbracciata. Ho passato altre ore nascosta come un gatto sulla terrazza sul mare. Nessuno mi aveva vista salire e l’unico modo per non farsi portare via dal vento è sdraiarsi piatti piatti tra i grandi cuscini. Il tappeto sotto di me strattonava come fosse vivo. La palafitta su cui ero coricata dondolava come una zattera in mare e la palma di lato, schiaffeggiata violentemente, mi faceva temere un cedimento. Così per ore, al sole, a occhi chiusi, ho pregato Dio che il tappeto sotto di me non fosse magico e non cominciasse a volare.
Su quella superficie in legno traballante ho pensato a quanto a fondo la nostra società ci abbia inculcato il senso di colpa collegato a ogni momento di “improduttività”. Ho pensato a quanto siamo esposti alle leggende moderne. E che anziché sentirci a posto con la coscienza la sera in base a quante ore ci siamo stremati di giorno, a quanto ancora abbiamo potuto accatastare e dimostrare, dovremmo essere soddisfatti di noi solo in base a quante ore di benessere semplice siamo riusciti a procurarci e in base a quanto tempo siamo riusciti a rimanere inermi con noi stessi, e in pace con il mondo, senza scappare via.
Qui vengo a inseguire la semplicità. Qui si può viaggiare indietro nella storia e, salvando quell’istante genuino che ci siamo perduti, cercare di cambiare il destino del mondo. Qui vengo per corteggiare l’ospitalità perduta. Questa comunità mi permette di uscire dalla mia pelle avvelenata di soldi e di “progresso” e di cercare la mia missione nel gatto smarrito tra le mosche, nel vecchietto che in questa baracca mi cucina il pesce, ricordandomi dall’anno prima.
Qui voglio salvare dal baratro il calore umano. Più a nord di tutto questo, molti non l’hanno mai neanche sperimentato. Qui vengo a ubriacarmi di accoglienza e di polvere. Di occhi larghi che non hanno scordato l’importanza di un bambino e il valore di un vecchio. Qui vengo a completare la mia educazione che l’occidente ha lasciato a metà.
Dahab è il luogo dai pochi chili, dal tanto vento e dai pochi soldi. E’ il luogo in cui da ogni terrazza il cielo s’impreziosisce di una Via Lattea che è un velo di sposa. Questo tetto di brezza marina e stelle chiare è mite, generoso, carico d’affetto.
E’ così che ho rifatto pace con Dahab.
Sonia Serravalli
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II articolo
I TETTI DI DAHAB
I tetti di Dahab sono tra quei luoghi sulla cui completa realtà non si scommetterebbe. Danno sul mare e sul Sinai. Raramente qualcuno li utilizza. Salirvi di nascosto è un segreto delizioso. Con essi sovrastando Dahab si ha un rapporto di assistenza segreta. Sono loro che insegnano il ruotare del tramonto, l’alba inviolata, gli strati delle catene montuose, le maree assoggettate alla luna, le numerose lingue del vento e tutte le sue coreografie. Lassù si può diventare gatto e all’insaputa di tutti rubare lezioni alla luce. Là i passi non tradiscono alcun rumore. Come ombre, si conquista a larghi balzi l’ampia generosità di spazi di questi maestri, camminando scalzi tra cuscini abbandonati, sedie in disuso, oggetti di scarto di hotel e negozi: narghilè rotti, agende arabe, vetri, eliche, tappeti impilati, cassetti, canne di bambù… Piove quattro volte l’anno: i tetti rappresentano un’ottima alternativa alle cantine.
La notte senza luna essi insegnano l’oscurità dell’uomo e la scienza delle stelle. Lì ci si sdraia all’insaputa di tutti su un letto di cuscini carichi di polvere per adorare l’universo, dove l’estate si porta il proprio materasso per i 45 gradi che rendono impossibile dormire. Nel fare ciò si riconquista quella che si sente come una seconda casa - seconda sì, ma “casa” da sempre.
Nelle notti di luna piena, i tetti di Dahab insegnano la visione di una vita d’argento fino alla più piccola fessura, quando si vestono di tappeti del prezioso colore impalpabile, femminile. Permettono di saltar fuori dai quadri di strada e di osservare il luogo dei sogni da una prospettiva superiore. E’ da lassù che si riesce ogni volta ad abbracciare anche qualsiasi schiaffo preso. Vicoli d’argento, delfini nella baia, dolorose bugie o tradimenti di viaggio non fanno differenza: da là è DAHAB che si vede, Dahab che respira, e Dahab è qualcosa che si possiede ancora prima di averla immaginata. E’ dalla loro superficie che ogni giorno il passante può dirle: “Sei mia.” Senza di loro non sarebbe così facile sorvolare la colonia dei sogni. Sono i tetti che condividono le estasi schiacciate dal cielo, le preghiere, i panni stesi, lo spionaggio tra gli oggetti rosicchiati solo dal vento, perché qui la pioggia non sa mordere. La solidità dei tetti di Dahab è una pista di atterraggio per anime di gatto. E’ un piano di decollo per apprendisti ricercatori dello spirito.
Corridoi di grate traforate collegano dall’alto sezioni d’albergo con altre. Da lassù si ha in pugno struttura, intimità e apertura. In questo mondo di vecchi infissi e cavi spezzati si spia l’Arabia diventare rossa come l’Ayers Rock nei suoi cinque minuti di gloria.
Qual è il segreto dell’abbraccio di queste ringhiere? Qual è la legge fisica che adesso fa levitare l’Arabia sopra il Mar Rosso come un fenicottero rosa? Da lontano le carezze morbide delle palme arrivano nell’immaginazione. Il momento arduo da sopportare è una mezz’ora dopo il tramonto, quando la luce langue in agonia: meglio scappare al piano di sotto, nell’attesa che si consegnino solo le stelle. Si diventa infermieri del cielo nell’accompagnare il sole giù senza perdersene nemmeno uno spasmo, sentendosi in colpa e un po’ traditi per ogni tramonto e ogni Arabia a fuoco persi mentre si era lontani. Qui si diventa missionari dei tramonti e del rosa delle rocce. Badanti del vento inquieto, in ore che ad altri parrebbero inoperose.
Sonia Serravalli
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III articolo
UNA CHIACCHIERATA SULL’ORLO
Dahab, Mar Rosso, Egitto. Osama se ne va in giro la sera distribuendo datteri e carote ai bimbi beduini. Donne tatuate nascoste dietro veli colorati all’imbrunire s’imbucano come topolini in vicoletti che gli stranieri ignorano. Presenze evanescenti di un tempo che non è passato.
Quando all’alba va a pregare, Osama si commuove – dice. Lo penso nel chiarore mistico delle quattro, svegliata dal richiamo del muezzin. Finalmente realizzerà il suo sogno: la risalita del Monte Sinai.
La mattina, sul lungomare di Dahab, l’incontro casuale con Osama che regala datteri dalla scorta procuratosi in vista del viaggio. Sta partendo. Stiamo partendo tutti. Non so che non lo rivedremo mai più.
Nella villetta dei cuccioli e del giardino di cactus, l’ultima sera tirammo notte filmando per ore i cuccioli di cane e gatto farsi le coccole. Fuori dall’accogliente casa multiculturale di Osama, Michael e Jan – sempre aperta a tutti , i bimbi beduini chiamavano sempre Osama. Lui li faceva giocare distribuendo carote e leccornie cucinate con le sue stesse mani. Cucinava e scriveva come un dio. Ci deliziava con le sue ricette orientali sotto la languida luce del vetro egiziano e recitava per noi. Era passato attraverso ogni tipo di dipendenza e conosceva bene il dolore.
Oggi, pur sforzandosi a ogni ora di combattere la malinconia, quel giardino di cactus ricompare ovunque come si potesse toccarlo. Come se non avessero mai inventato la distanza. Certe volte la bellezza pare un dispetto. E’ sconforto in questo momento essere lontani da Dahab.
Dal ritorno, quelle sere di risate sotto le stelle non hanno mai smesso un attimo di vivere, con i discorsi infervorati di Osama sulla vita e la bellezza commovente della semplicità riscoperta dopo la disintossicazione, con quei cuccioli dappertutto e i bimbi beduini sempre a chiamarlo dalla strada. Quando lui si allontanava sicuro per i vicoli bui, carico come una molla della sua gioia per essere scampato agli abissi. Brezza calda di mare, gatti sui tetti e bimbi scuri che si aggrappano al cancello: “Ta’aila Osama yalla!” …
Ci aveva raccontato che a Londra si faceva chiamare Joe. Dopo l’11 settembre, quando un’amica gli aveva chiesto il suo nome egiziano, si era sentito rispondere: “Okay, allora preferisco chiamarti Joe…” Quella sera sulla strada polverosa ci salutammo ripetendo: “Dobbiamo combattere l’ignoranza nel mondo,” mentre recuperavamo le vecchie biciclette fai-da-te. Ma riprendendosi subito il sorriso, lui già declamava quelle poesie come un istrione. Io sono più forte della terra e dell’universo, sono più forte dell’inferno e del paradiso – diceva. Prendiamo una barca per il deserto, facciamo una chiacchierata sull’orlo – diceva.
Alla fine siamo partiti tutti. Al posto di blocco prima del Monte Sinai Osama venne fermato per un reato irrisorio di molti anni prima, e in Egitto finire in prigione è un attimo. Quando Osama tornò dal carcere dopo due mesi aveva smesso di pregare e riaccolto la sua amante-droga nella propria vita. Pochi giorni fa Osama se n’è andato per sempre, lasciando una Dahab in subbuglio e noi lontani orfani di un angelo poeta.
Osama non è poi mai riuscito a raggiungere la vetta del Monte Sinai. Ma ci piace pensare che lassù ci sia arrivato. Che abbia potuto vedere il tutto da quell’angolazione e finalmente ridere di questo strano mondo.
Sonia Serravalli
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IV articolo
LA COMUNITA’ FONDATA SUL SOGNO
Visitare Dahab significa passeggiare per i pilastri di una comunità fondata da sognatori. Il turista usuale potrebbe aver bisogno di un piccolo indizio per puntare la sua sensibilità sulle persone straordinarie che si nascondono dietro ogni attività e dietro ogni accogliente spiaggia, terrazza, angolazione. Potrebbe essere interessante cercare tra la folla il tedesco che a forza di girovagare per il Sinai ha assunto tratti da arabo e veste da sufi, il nordico pensionato che da un decennio si diletta a scegliere con amore la musica giusta per il ristorantino sulla spiaggia, la brasiliana che compone borsette di paillettes per sopravvivere nell’oasi dei suoi sogni, la danese che dipinge su qualunque materiale trasformando anno dopo anno la cittadina sotto il suo stile, la donna scura reclutata dal deserto per disegnare tatuaggi di henna sui corpi dei visitatori. E ancora l’austriaco che trasforma ogni porta di strada e di casa in un quadro, l’africano rasta che qui porta le sue manifatture e le pelli di tamburo, la cinese che ti vende dolcetti egiziani e la russa che esporta i piatti del suo Paese verso il palato di chi ancora non li conosce. La famigliola bulgara che zitta zitta ha aperto un bell’albergo verso il faro. La portoghese che sorride ininterrottamente contagiando tutti, come a dirti: qui abbiamo dato il via all’epidemia della gioia. L’orgoglio che ne consegue è sulla faccia di tutte queste persone più o meno in ombra che da tutto il mondo, da quindici anni a questa parte, si sono ritrovate qui a costituire questa famiglia a sorpresa, accomunate da un’innegabile poesia nel cuore. Qui hanno trovato la vera incarnazione del paese dei loro sogni, la terra promessa di ogni bambino, la sezione caraibica di ogni sogno esotico. Per questo Dahab fa sentire ogni passante a casa, come se già la conoscesse. Perché in maniera subliminale Dahab tira per i capelli il sogno, facendo risvegliare il bambino, il poeta e il pittore, il nomade e il sognatore di ogni turista curioso.
Forse, dopo tempo, il ritorno alle nostre città e a quel che di civile vi troviamo farà in modo che questi elementi di noi si riaddormentino. Ma il germe dell’epidemia della gioia non si scorda, il tarlo del sorriso perenne resta acceso dentro la memoria di chi ha respirato questo vento di Sinai e questo alito di libertà corporea e creativa. E forse, a distanza di mesi o di anni, a sorpresa emergerà come un flash l’istante astratto della bimba beduina seduta a intrecciare braccialetti sulla bassa marea. L’ombra evasiva del professore francese trasformatosi qui in modesto e soddisfatto pescatore. O l’intrecciarsi dei canti sacri da dentro le botteghe odorose di frutta nella mattina sonnolenta. E allora si saprà con certezza che Dahab rimane dentro, e che l’impronta che credevamo di aver lasciato sulla sabbia ramata della laguna è invece l’impronta che ci ha lasciato lei, dentro le fibre più profonde del corpo liberato, laddove la naturalezza del camminare scalzi confina con un volo dello spirito irrimediabilmente liberato dagli schemi della nostra civiltà. Sulla frontiera della polvere. Sull’orlo della sfrontatezza dei colori.
Sonia Serravalli